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Paolo Demarie: «Sogno cantine social e organizzate per l'enoturismo»

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Paolo Demarie a Vinitaly 2014 Paolo Demarie a Vinitaly 2014

Prima di essere social, sono socievoli. E prima di essere connessi, sono ancorati al loro territorio. Ciò non significa che non investano in comunicazione, specie quella online. Ma lo fanno a partire da un modo di essere che non è certo “virtuale” e tenta di tradursi, sempre, in un rapporto faccia a faccia. Con idee chiare su come le cantine devono saper attirare e accogliere gli enoturisti.


Così Paolo Demarie, titolare della Demarie di Vezza d’Alba (CN), racconta a Wine Pass la sua personale esperienza di comunicatore enoico. Ruolo che affonda le radici nel suo appartenere alla terra: prima di tutto come produttore di vino, poi come conoscitore delle sue colline, il Roero, e infine come appassionato dei luoghi in cui vive: «Tanto che le vigne sono complici della mia storia d’amore», confessa. E racconta di come ha conosciuto la moglie, bolognese, durante una grigliata sui terreni dietro casa. Lei, da sempre appassionata di vini, era spesso apostrofata  dagli amici: «Pensa se ti sposi un produttore…».

«E così è successo», precisa Paolo. «Da quel giorno, galeotte le colline di Vezza, non ci siamo più lasciati». Ora, Monica e Paolo, che hanno avuto un bambino, Matteo, rappresentano la terza generazione dell’azienda, dove hanno infuso il loro amore per le vigne e un modo più spigliato di comunicare.

Paolo Demarie

«Quando nel 2000 ho deciso di dedicarmi all’azienda di famiglia, con me è giunta una piccola rivoluzione produttiva», racconta Paolo. «Se fino ad allora avevamo venduto vino principalmente sfuso, il nuovo millennio era l’occasione giusta per incominciare l’imbottigliamento».

«La nostra azienda aveva la qualità necessaria per fare il passo. Nel 1972 Gino Veronelli scrisse una splendida recensione dei nostri vini, a partire dal nebbiolo della mitica Vigna Varasca, la più vecchia di tutte, piantata nel 1946 dal fratello maggiore di mio padre, la nostra punta di diamante. Così, nel 2000, decisi di inviargli altre bottiglie. Lui le assaggiò e scrisse: “Hanno rinnovato emozioni e due – quelle a base di Nebbiolo e di Arneis – sono solari”».

Il momento era propizio e Paolo comincia a girare il mondo per promuovere i suoi vini: «La comunicazione è sempre stata nelle mie corde. Ora però desideravo fortificare il brand e uscire dai canali tradizionali. Ho cominciato da subito a credere nelle potenzialità di Internet, rifacendo il sito. Era il 2005 o 2006, un periodo abbastanza precoce. Volevo una comunicazione istituzionale forte e identitaria, da cui poterci, in seguito, aprire con i social network».

«Di fatto nel 2012, io e mi moglie abbiamo deciso di intraprendere un corso sui nuovi media e abbiamo aperto profili Twitter e Facebook. Se nel resto d’Italia le esperienze fiorivano, nel Roero non c’era quasi nessuno, benché meno nelle Langhe: sembrava una forzatura».

Ma al contrario, l’esperienza si è rivelata vincente: «Oggi usare i social per noi è parte della quotidianità, soprattutto Twitter. Dedichiamo un paio di ore al giorno a monitorare la rete, a fare uno scatto, a elaborare un post. Abbiamo scoperto il piacere di comunicare senza mediazioni ciò che facciamo in cantina e abbiamo visto che questa sincerità è in grado di aprire delle porte».

È così ad esempio, che alcuni loro tweet sono stati letti e ripresi dall’America, dal Giappone, dalla Corea, diventando un’occasione per conoscere nuove persone e appassionati: «In questi paesi i social network sono parte integrante della vita delle persone. Sono un mezzo utilizzato attraverso il quale intavolare discussioni, conoscere le persone e decidere – nel caso dei vini – su quali etichette investire. Con Twitter abbiamo intrapreso relazioni con giornalisti, commerciali, buyer ed enoturisti. Relazioni che si sono consolidate, in seguito, con la visita in cantina».

Demarie, Twitter

Proprio così. Perché Paolo Demarie crede moltissimo nel territorio, nella visita sui luoghi di produzione, nel contatto diretto. «Essere online è bello, ma non è tutto. Molte volte, alle aziende vitivinicole, manca tutto il resto. In Italia, ad esempio, dobbiamo studiare un sistema per gratificare il consumatore che arriva a degustare i vini in cantina e, nel contempo, il produttore che utilizza il suo tempo per presentarglieli. È arrivato il momento che si identifichi la visita in cantina e le degustazioni come un servizio prezzato. Uno standard che ogni produttore stabilisce a monte per liberare l’enoappassionato dall’obbligo di comprare le bottiglie e il produttore dal lamentarsi per la mancata vendita. Un sistema più “teutonico”, forse più freddo, ma di sicuro più trasparente».

Demarie, la nuova cantina

Ma l’investimento sui social network ha davvero un ritorno economico per un’azienda? «Dobbiamo pensare ai social come ad una pulce nell’orecchio. Un sistema non invasivo che mette il consumatore sull’attenti. Con i social, ad esempio, abbiamo pubblicizzato l’apertura della nuova cantina, con buoni risultati. Oppure, in collaborazione con ristoranti e spa, oggi stiamo promuovendo dei pacchetti turistici che prevedono la visita in cantina abbinata ad altre attività sul territorio. I social sono il mezzo per arrivare ad un faccia a faccia con le nostre etichette. E una volta conosciuta la fatica e l’amore che sta dietro un prodotto, il consumatore difficilmente resta indifferente».

Ultima modifica: Martedì, 24 Giugno 2014 12:44
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