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Carema

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Piemontese sulla mappa, valdostano nelle intenzioni: Carema, primo paese del Canavese verso nord, a 63 chilometri da Torino, nel 2007 ha indetto un referendum per chiedere l’annessione alla Valle d’Aosta. Annessione negata, con buona pace della Vallée e disappunto di gran parte dei suoi abitanti.

Essere terra di confine sembrerebbe inscritto nel suo Dna: il suo nome stesso deriverebbe da Caremam, dogana. L’atmosfera è quella dei villaggi di un tempo: radicati nella tradizione eppure ancora pulsanti. Il cuore più antico di Carema si sviluppa in una conca naturale di roccia granitica. Dirimpetto, a cavallo della strada statale, si estende la zona più recente. Poco più di 750 gli abitanti, di cui molti affezionati al vecchio borgo, un suggestivo dedalo di erte viuzze.

Parcheggiate l’auto all’ingresso del paese e risalite a piedi le strette e tortuose stradine. Osserverete la geometria del paesaggio, i tetti in lòsa, la torre campanaria della chiesa parrocchiale di San Martino, che svetta a 60 metri, e le numerose cappelle. Troverete anche altri elementi architettonici di pregio, eredità di epoche successive: i muri in pietra a vista delle case, addossate le une alle altre secondo il modello medievale, i balconi in legno, le iscrizioni delle fontane in granito. 

Ma la sorpresa più grande sarà nel vedere minuscole parcelle di terra coltivate a vite tra le case. È con fierezza che i viticoltori caremesi parlano delle loro vigne, aggrappate alla montagna e inframezzate dalle abitazioni. «La vigna è il nostro giardino di casa », dicono. E in effetti è così, perché a Carema i vigneti sono piccoli fazzoletti di terra sparsi qua e là. Là dove il sole batte più forte, in quella conca a ridosso dell’Alpe Maletto, i Caremesi hanno costruito solidi terrazzamenti.

Lo ricorda bene Giovanni Vairetto, ultraottantenne, il più anziano fra i conferitori della locale Cantina dei produttori di nebbiolo. L’ingegnoso lavoro ha coinvolto gli abitanti, una generazione dopo l’altra. Sulle terrazze sono stati costruiti i pilon, colonne coniche in pietra e calce, sormontate da un disco, anch’esso in pietra.  Le pergole in legno di castagno (i tòpion) sulle quali si intrecciano i tralci vi poggiano sopra. La vendemmia, come è facile intuire, non può che essere che rigorosamente manuale.

Se siete fortunati, può capitarvi di trovare anche una cròta aperta, in cui qualcuno sta stappando una bottiglia per una bevuta tra amici. 

Il microclima dolce – favorito dalla buona esposizione al sole e dal calore immagazzinato di giorno dai pilon e poi rilasciato nelle ore notturne – dà vita a un vino rosso inconfondibile, dal sapore intenso e persistente.  Doc dal 1967, il Carema è nebbiolo 100%. 

Il Carema entra anche nella cucina di Fabrizio Vairetto, da 22 anni proprietario e chef del Ramo Verde. Un po’ deludente all’esterno, questa trattoria è invece una certezza. Nessun menù scritto, solo le materie prime di stagione e un’accoglienza cordiale. Vi suggeriamo la guancia di vitello al Carema e poi, tra le altre carni, l’arrosto con i funghi e la battuta di carne cruda. Delizioso lo zabaione. In primavera, assaggiate la zuppa di ajucche, cucinata secondo la ricetta della tradizione, che la vuole «accomodata»: uno strato di pane bianco, uno di ajucche e un terzo di fontina, ammorbiditi da un buon brodo e cotti al forno.

Dei 30 ettari di superficie vitata di Carema ben 17, divisi tra oltre 50 proprietari, rappresentano la produzione conferita alla Cantina dei produttori Nebbiolo, nata negli anni Sessanta. La cooperativa vanta oggi una gamma di 6 etichette e una produzione annua di 45 mila bottiglie. I più anziani, con rammarico, dicono che i giovani non sempre continuano il lavoro dei padri. La viticoltura a pergola, orgoglio dei Caremesi, è alla ricerca di un nuovo slancio.

    Ultima modifica: Giovedì, 23 Maggio 2013 01:31
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